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Il
comune di Attimis comprende, oltre al capoluogo,
i villaggi di Forame, Porzus, Subit e Racchiuso.
Della storia di queste frazioni si conosce molto
poco, se non che i loro nomi traspaiono qua e là
negli antichi documenti.
La più antica di queste frazioni forse è
Partistagno, dato che il nome del suo borgo,
Faris, pare abbia ascendenze longobarde ("fara",
possesso terriero di nobili longobardi).
Del capoluogo, invece, si hanno più notizie.
Per moltissimo tempo fu distinto in due zone:
destra e sinistra del Malina, Attimis di qua e
di là. Attimis di qua comprendeva i borghi Centa,
Pecolle (o del castello), Villa, Pocis, Gravis.
Attimis di là invece i borghi di sopra e di
sotto e i casali Dèans.
La storia di Attimis è parallela a quella di
Nimis.
Infatti Attimis fece parte della Pieve di Nimis
fino al 1874 ed entrambe le "ville" furono sotto
la giurisdizione del capitano di Tricesimo.
Anche le "ville" slave dei monti vicini furono
sotto la giurisdizione religiosa della Pieve di
Nimis, mentre quella civile fu spartita tra tre
casate signorili: la Savorgnan, che era la più
potente, gli Attems e i Cuccagna.
Non si può stabilire con precisione a quando
risalga il primo nucleo abitato, che comunque
doveva essere antecedente alla conquista romana,
essendo Attimis un nome preromano. Si è potuto
appurare che la "villa" è più antica del
castello.
Il primo scritto sicuro su cui compare il nome
di Attimis è quello riportato dal De Rubeis,
storico friulano, da un documento medievale
datato 3 novembre 1106, che dice: "Il vescovo
Bertoldo, figlio di Purcardo, che si dichiara di
nascita bavarese, dona a Corrado e Matilde sposi
un castello compreso nella contea di Foro Giulio
in una località che si chiama Attems".
Il termine "località" non ci autorizza a pensare
ad una vera e propria "villa", ma un nucleo
abitato doveva già esserci.
Da questo toponimo presero il cognome i vari
rami dei signori che vivevano nel castello di
proprietà patriarcale, che si distingueranno,
con riferimento alla loro abitanza, in quelli di
"Pecollo" (castello superiore) e quelli di "Castelnuovo"
(castello di sotto).
La "villa" aveva la sua "centa", cioè il suo
cerchio di mura, già nel Duecento, sotto
l'occhio vigile del Patriarca, che vi aveva
nominato un "guastaldio", ovvero un
amministratore di sua fiducia.
Quindi tutto il territorio è accuratamente
controllato dal Patriarca, che lascia ai
castellani un mero ruolo di rappresentanza.
Le cose cambieranno con l'avvento del dominio
veneziano, quando i castellani di Attimis
acquisteranno potere e beni immobili.
Un'altra famiglia nobile è quella di Partistagno,
il cui cognome compare già nel 1202.
Oltre al "castrum" (castello) possedevano un "palatium"
(palazzo), e da alcuni documenti risulta anche
una "canipa" (cantina).
I discendenti di questa famiglia si distinsero
nel Rinascimento per i loro istinti
briganteschi, compensati da generosi lasciti
alle chiese locali.
Mentre la "centa" continuava la sua espansione,
non mancavano i motivi per litigare con le altre
"ville", in particolare con quelle slave, per
questioni riguardanti il legname e gli animali.
Un altro mezzo di sostentamento, oltre a quelli
appena menzionati, erano le fornaci, le cui
concessioni ("privilegjios") dipendevano dai
signori.
Si hanno poi notizie della lavorazione di botti
ed altri utensili connessi alla viticoltura ed
anche di alcuni allevamenti di api.
Insomma, una situazione di isolamento e di
povertà: la gente viveva dell'economia agricola
per quanto essa poteva dare.
In questo contesto, i castellani erano più
sopportati che importanti.
Almeno fino al '600, quando, con Venezia in
crisi, inizia la loro ascesa.
Così, un ramo della famiglia si impossessa di
"una porzione della villa d'Attimis,
Platischis, Forame, Pecolo, Monte S. Giorgio",
mentre l'altro ramo rivendica "il Castel
vecchio, l'altra porzione della villa d'Attimis
e di Platischis" ed altre località.
Dopo l'acquisto del titolo di conti, il loro
potere durerà fino alla fine del dominio veneto.
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